La paura dell’abbandono è una sensazione insidiosa che ci riporta a sentirci piccoli e dipendenti dagli altri, anche quando siamo a tutti gli effetti diventati adulti ed in grado di auto sostenerci.
Come nasce questa sensazione? La paura dell’abbandono è la paura più grande di chi ha trascorso una vita a cercare negli altri una presenza stabile e amorevole e, una volta trovata, ci si aggrappa disperatamente. Quello che spesso sorprende è che questa sofferenza non nasce davvero nel momento attuale e da una condizione oggettiva. Le relazioni attuali tendono piuttosto a riportare a galla una ferita molto più profonda in grado di condizionare il presente della persona.
La relazione di coppia è quella in cui più spesso emerge questa paura. Aver trovato finalmente “la persona giusta”, quella che finalmente ci corrisponde e ci fa sentire speciali si accompagna al timore di poterla perdere e restare nuovamente soli. La relazione con l’altro può assumere le caratteristiche di una dipendenza. Il timore di poter perdere colui o colei da cui dipende la propria stessa esistenza può diventare una vera e propria ossessione. La presenza dell’altro diventa indispensabile come l’ossigeno senza il quale non è possibile respirare.
Basta un messaggio che tarda ad arrivare, un tono di voce diverso dal solito o una piccola distanza dell’altro per sentire improvvisamente la propria esistenza in pericolo.
L’abbandono non sempre coincide con l’assenza fisica
L’abbandono emotivo non necessariamente corrisponde ad un genitore che rifiuta totalmente la presenza del figlio o che lo ha lasciato solo a se stesso. Spesso la sensazione di abbandono e di solitudine affettiva, è legata a un qualcosa di molto più silenzioso e pervasivo.
Il senso di abbandono è particolarmente noto a chi, pur avendo ricevuto tutte le cure materiali necessarie dai propri familiari, li ha percepiti assenti o distanti emotivamente. La percezione di distacco o scarsa connessione emotiva ha fatto insorgere il dubbio, in chi l’ha sperimentata fin da bambino, che la propria presenza di per sé non bastasse a garantire la solidità di quel legame.
Il bambino che non si è sentito sufficientemente importante per il proprio genitore, non ha però messo in dubbio il sentimento nei confronti di chi non stato è pienamente presente nella relazione. Se l’amore nei confronti del genitore è rimasto intatto, nonostante non corrispondesse pienamente al suo bisogno di vicinanza e presenza emotiva, il bambino ha iniziato a mettere in discussione, non l’adulto, ma se stesso ed il proprio valore.
L’assenza del genitore può assumere diverse forme. Alle volte si manifesta quando uno o entrambi i genitori sono presenti fisicamente, ma assenti emotivamente perché preda dei loro problemi o di “traumi” irrisolti. E’ ad esempio il padre che torna dal lavoro ma che rimane costantemente con la testa in ufficio. E’ il genitore che vede il figlio solo quando soddisfa le proprie aspettative, riflettendo un’immagine positiva di se stesso. Anche un genitore che soffre di depressione o di una qualsiasi dipendenza può essere fonte di una sensazione di distacco emotivo con un impatto devastante sul valore personale di un bambino.
Quando il proprio valore è condizionato al rendimento e alla capacità di compiacere il genitore, anche a costo di rinunciare al proprio sentire più autentico, ha origine quello che la psicologa Alice Miller ha definito il “dramma del bambino dotato”. Dotato nella misura in cui si tratta di un bambino che si è adattato talmente bene al genitore da perdere completamente la propria natura più autentica, diventando altro da sé.
Ad un bambino non basta soltanto avere qualcuno accanto. In quanto essere umano, un bambino ha bisogno di essere visto e riconosciuto e di sentirsi corrisposto emotivamente.
Quando questo accade solo in modo discontinuo, il sistema nervoso del bambino impara una lezione molto precisa: la vicinanza emotiva è fragile e potrebbe scomparire da un momento all’altro.
Quando il sistema nervoso impara a stare sempre in allerta
Il bambino dipende completamente dagli adulti che si prendono cura di lui. Se percepisce che il legame con le proprie figure di attaccamento è incerto o imprevedibile, si sente in pericolo. Non potendo mettere in discussione chi dovrebbe proteggerlo, né valutare razionalmente la situazione, l’unica strategia possibile è aumentare la vigilanza.
Nasce così uno stato di iper-vigilanza: il bambino osserva continuamente le espressioni del volto, il tono della voce, i cambiamenti di umore e ogni piccolo segnale che possa anticipare una distanza o un rifiuto da parte del genitore.
Questa capacità può diventare sorprendentemente raffinata. Molti adulti con paura dell’abbandono sono estremamente sensibili alle emozioni degli altri. Riescono a cogliere dettagli che passano inosservati, percepiscono tensioni relazionali con grande rapidità e cercano continuamente di prevenire i conflitti.
Quello che da fuori può sembrare frutto di una naturale empatia, spesso invece nasce da una necessità di sopravvivenza ed ha un costo molto alto.
Il prezzo dell’iper-vigilanza: perdere il contatto con se stessi
Quando tutta l’attenzione è rivolta verso l’esterno, rimane poco spazio per ascoltare il proprio mondo interno.
Molte persone cresciute in questo modo diventano esperte nel capire cosa desiderano gli altri, ma fanno molta fatica a rispondere a domande semplici come:
- Che cosa sto provando in questo momento?
- Di cosa ho realmente bisogno?
- Che cosa voglio davvero?
- Questa scelta mi rende felice oppure serve solo a non deludere qualcun altro?
Negli anni il proprio sentire viene progressivamente messo in secondo piano.
Ci si abitua ad adattarsi, ad anticipare le esigenze altrui, a evitare qualsiasi comportamento che possa compromettere il legame. Così facendo si costruiscono un’identità e una vita non autentiche, basate soprattutto sulle aspettative altrui.
La paura dell’abbandono nelle relazioni adulte
Da adulti questa modalità continua spesso a guidare le relazioni familiari, lavorative e sentimentali.
Può manifestarsi attraverso il bisogno costante di rassicurazioni, la paura del conflitto, la difficoltà a mettere dei limiti oppure come tentativo di “salvare” continuamente il partner o le persone care.
In altri casi accade l’opposto: per evitare il dolore di essere abbandonati si preferisce mantenere la distanza emotiva, evitando un coinvolgimento troppo profondo pur desiderandolo.
In entrambe le situazioni il problema non è la relazione presente, ma un sistema nervoso che continua a comportarsi come se il pericolo di abbandono fosse ancora attuale.
Ritrovare il proprio mondo emotivo
Uno degli obiettivi più importanti della psicoterapia non consiste semplicemente nel ridurre la paura dell’abbandono.
Il lavoro più profondo è aiutare la persona a tornare progressivamente in contatto con se stessa all’interno di una relazione sicura, a partire dalla relazione con il terapeuta.
Imparare a riconoscere le proprie emozioni, ascoltare i bisogni autentici e distinguere ciò che appartiene al presente da ciò che proviene dalla propria storia permette di interrompere il circolo dell’iper-vigilanza.
Quando non è più necessario controllare continuamente l’altro, diventa finalmente possibile rivolgere lo sguardo verso di sé permettendosi di ascoltare la propria voce interiore.
La paura dell’abbandono: due esempi
Ogni persona sviluppa strategie differenti per convivere con quella ferita originaria. Per questo motivo la paura dell’abbandono non si presenta sempre nello stesso modo.
Ricordo un uomo che, durante le prime sedute, mi disse una frase che mi colpì molto: “Non amo la mia compagna, ma non riesco a lasciarla. È come se senza di lei mi mancasse il terreno sotto i piedi.”
Aveva costruito una carriera brillante. Era stimato, ricopriva un ruolo di responsabilità e riceveva continui riconoscimenti professionali. Eppure descriveva una sensazione costante di vuoto, una tristezza silenziosa e un profondo senso di solitudine che nessun successo riusciva ad alleviare.
Ciò che emergeva con forza era anche un’altra caratteristica: raccontava la propria vita come se fosse uno spettatore. Le emozioni sembravano lontane, attenuate. Diceva di sentirsi distaccato da ciò che gli accadeva, sia nel lavoro che nelle relazioni.
Durante il percorso terapeutico divenne chiaro che quella apparente freddezza non era assenza di emozioni. Al contrario, era il risultato di un adattamento molto antico. Da bambino aveva imparato che per mantenere il legame con le figure di riferimento era necessario mettere da parte se stesso, controllare l’ambiente e non dare troppo spazio ai propri bisogni emotivi.
Quel distacco non lo proteggeva più. Lo teneva semplicemente lontano dalla possibilità di vivere relazioni autentiche.
Una seconda storia riguarda una donna sposata. Il marito era presente sul piano pratico, ma emotivamente distante. Per molti anni quella mancanza era stata compensata dalla presenza del figlio, nel quale aveva investito gran parte delle proprie energie affettive.
Quando il figlio è diventato adulto e ha iniziato a costruire la propria vita, qualcosa si è improvvisamente spezzato.
Sono comparsi intensi attacchi di panico, un’angoscia difficile da spiegare e un senso di vuoto che sembrava arrivare dal passato più che dal presente.
Nel lavoro terapeutico è emerso come quelle emozioni fossero strettamente collegate ai lutti dei genitori, vissuti come un profondo abbandono, ma anche a una storia ancora più antica, fatta di bisogni emotivi rimasti per lungo tempo senza risposta.
La paura non nasceva dall’eventualità concreta di restare sola. Era il sistema nervoso che, venendo meno la funzione “protettiva” esercitata per anni dalla presenza del figlio, aveva riattivato un’antica esperienza di perdita e di solitudine.
In questi casi gli attacchi di panico non rappresentano il problema principale. Sono il linguaggio attraverso cui il corpo comunica una sofferenza emotiva che per molti anni è rimasta nascosta.
Un messaggio importante
La paura dell’abbandono non è un segno di debolezza né un difetto caratteriale.
Molto spesso rappresenta l’adattamento intelligente di un bambino che ha imparato a fare tutto il possibile per non perdere la relazione con i propri genitori. Questa strategia che è stata utile in passato, oggi si è trasformata in una fatica che limita la libertà di vivere relazioni più serene e autentiche.
La buona notizia è che il cervello e il sistema nervoso conservano una straordinaria capacità di cambiare. Attraverso la relazione terapeutica è possibile sentirsi al sicuro, riscoprendo il piacere di relazioni fondate non sulla paura di deludere o perdere l’altro, ma sulla possibilità di essere finalmente se stessi.
