Il senso di colpa appartiene alla famiglia delle emozioni, parente di primo grado della paura, ed è tra i più importanti ostacoli alla felicità di un essere umano. Lo scopo ultimo del senso di colpa è la sofferenza perché fa sentire la persona perennemente in difetto, se non del tutto difettosa. Il primo e più importante dubbio sulla propria adeguatezza può avere origine nelle prime esperienze di vita e rappresenta un’esperienza che i bambini posso sperimentare per adeguarsi alle regole sociali ed essere ammessi in società.

L’origine della colpa è il timore di non valere agli occhi degli altri e di essere per questo esclusi o messi da parte. Questa paura è una delle più importanti che un essere umano possa sperimentare, insieme alla paura della morte cui è legata. I cuccioli d’uomo, a differenza di quasi tutte le altre specie, sono infatti inadatti a sopravvivere autonomamente e, per molti anni, dipendono dai propri genitori o da altre figure adulte di riferimento. Il bisogno di far parte di un gruppo è perciò guidato da un istinto che ci spinge a cercare di restare uniti agli adulti da cui dipende la nostra sopravvivenza, anche a costo di accudire il proprio genitore quando è in difficoltà sentendoci responsabili del suo malessere. Probabilmente è in questo periodo che impariamo che occorre “comportarsi bene” e “piacere agli altri” per fare in modo che qualcuno si prenda cura di noi, sostiene l’analista Lucio Della Seta in un testo dedicato proprio a quest’argomento[1].

Cibo, affetto e coccole ci sono talmente indispensabili da essere disposti a rinnegare noi stessi e il nostro sentire pur di piacere agli altri e garantirci la sopravvivenza.

I genitori possiedono il potere di far crescere nel figlio il dubbio (e talvolta la certezza) di non essere all’altezza delle proprie capacità e di non valere abbastanza. Quanto più intense sono le colpevolizzazioni dei genitori, la squalifica, le critiche, il distacco, il ritiro dell’attenzione, l’aggressività, tanto più si radica nel futuro adulto il senso di colpa e l’aspettativa di essere punito attraverso il rifiuto o l’esclusione dal gruppo. La colpevolizzazione è un mezzo frequentemente usato anche all’interno delle relazioni di coppia per far sentire sbagliato il proprio partner e riuscire così a controllarlo.

La paura di non essere all’altezza, che accompagna il senso di colpa, può assumere diverse forme e con il tempo diventare un’emozione indipendente dal giudizio esterno e dai traguardi concretamente raggiunti nella propria vita, come ci spiega la collega Roberta Milanese in un testo recentemente pubblicato su questo tema[2]. Tutti sperimentano la paura di non valere abbastanza, anche se con livelli di intensità differenti. Alcune persone dubitano del proprio valore e questo può motivarle a migliorare ogni giorno per convincere lo scettico che è dentro di loro, altre sono talmente certe di non valere abbastanza da arrendersi di fronte a ogni minima difficoltà confermando a sé stesse il proprio scarso valore. Paradossalmente c’è poi chi riesce brillantemente in tutto ciò che fa impegnandosi più degli altri, ma non riesce a stimarsi mai abbastanza sentendosi perennemente in difetto e cercando di fare sempre di più. Queste sono le vittime di quello che Paul Watzlawick definisce un “successo catastrofico” perché sono persone che si sentono iper-responsabilizzate nella vita professionale o che nei confronti del partner diventano fin troppo accudenti.

Il senso di colpa è perciò una forma di paura che sperimenta chi dubita di sé accusandosi di essere sbagliato, di non valere abbastanza, di essere inadatto ad affrontare con successo le situazioni della vita o punendosi per i propri insuccessi. L’ansia che accompagna questo sentimento di inadeguatezza è indipendente dalle reali capacità della persona, dai successi conseguiti e dai giudizi degli altri, piuttosto sembra essere alimentata dalla presenza di un giudice (o persecutore) interno che terrorizza implacabilmente la sua vittima sentenziando su tutto ciò che fa.

La battaglia che si svolge all’interno del proprio dialogo interiore tra persecutore e vittima produce nel corpo una reazione di costante allarme e tensione che può sfociare anche nel panico e che con il passare del tempo esaurisce le proprie risorse fino a portare alla depressione.

La nostra cultura è fondata sul senso di colpa, sostengono Verbitz e Muriana[3], perché è regolata dall’idea del peccato e della punizione divina.

Se tutti dobbiamo convivere con il senso di colpa, che non può essere mai del tutto annullato, possiamo però imparare a gestirlo. In che modo?

  1. Prima di tutto dobbiamo riconoscere che il nemico non è esterno ma interno e che, per quanto ci si sforzi di dimostrare agli altri il proprio valore facendo sempre di più, questo non sarà sufficiente ad apprezzare sé stessi né tanto meno ad ottenere apprezzamento dagli altri.
  2. Per liberarsi dal proprio persecutore interiore bisogna offrirgli un palcoscenico affinché possa esibirsi in tutta la sua magnifica crudeltà. Lo studio del terapeuta rappresenta l’ambiente adatto per farlo uscire allo scoperto ed iniziare a tenerlo a bada.
  3. Altrettanto efficace, come ci suggerisce Milanese, risulta offrirgli un pulpito mattutino dal quale possa farci la sua predica. Trascrivere tutto ciò che ha dire su un quaderno prima di iniziare la propria giornata può essere un ottimo contenitore per fare in modo che la sua voce si faccia meno forte nel resto del tempo.

La vera libertà per un essere umano è quella di poter esprimere sé stesso secondo il proprio sentire, anche correndo il rischio di deludere gli altri e le loro aspettative. Finché facciamo tutto ciò che gli altri si aspettano da noi probabilmente terremo a bada il nostro senso di colpa (ed andremo certamente in paradiso), ma non potremmo affermare di aver vissuto appieno la nostra vita. Credo che ognuno di noi debba trovare un compromesso dentro di sé tra ciò che desidera veramente e ciò che si aspettano gli altri e che da questo derivi uno dei segreti della felicità.

 

 

 

[1] Della Seta Lucio, Debellare il senso di colpa. Contro l’ansia, contro la sofferenza psichica, Feltrinelli (2019)

[2] Milanese Roberta, L’ingannevole paura di non essere all’altezza, Ponte alle Grazie (2020)

[3] Muriana E., Verbitz T., Se sei paranoico non sei mai solo, Alpes (2017)